La Sponsalità dai Monasteri al Secolo

La Sponsalità dai Monasteri al Secolo

Informazioni:

Sottotitolo: La diffusione del carisma di S. Angela Merici nel mondo
Autore:
Anno di Pubblicazione:
Formato: 17x24
Pagine: 776
Confezionatura: filo refe in brossura
ISBN: 978-88-96272-01-05
Descrizione: Atti del convegno internazionale di studi 22-25 novembre 2007 Brescia- Desenzano
Genere: Storia e Biografie
Casa Editrice: Centro Mericiano

Estratto Dal Testo:

Il convegno di cui si pubblicano gli atti si è tenuto in occasione del bicentenario della canonizzazione di Angela Merici e a cinquecento anni, sostanzialmente, dalla vicenda spirituale che diede vita alla Compagnia di S. Orsola, dalla straordinaria esperienza di donne che vollero vivere la consacrazione a Dio e l’obbedienza allo Spirito non nel chiostro, ma nella vita di lavoro, di famiglia, di parrocchia, con modalità che tanto entusiasmo ma anche tanta perplessità suscitarono allora, profetico “segno di contraddizione”.

È stato una occasione non solo per un bilancio, ma ancor più per un rilancio delle ricerche, che il Centro di studi mericiani, costituito a Brescia presso la Compagnia di S. Orsola, intende promuovere; è stato inoltre, con il convenire di delegazioni orsoline da varie parti del mondo, “una esperienza intensamente umana, spirituale e culturale (…) dei molti volti che storicamente ha assunto il carisma mericiano”, nonché dell’interesse che può avere oggi tale carisma per la sensibilità contemporanea, attenta al ruolo della donna e al valore dell’impegno laicale cristiano nel lavoro, nelle relazioni umane, nelle realtà educative, animato e motivato dalla “contemplazione”.

Il convegno è ricco di novità e fa passi avanti anche rispetto a una storiografia recente, che pure ha avuto il merito, come sottolinea Massimo Marcocchi, di realizzare “un progresso notevole, con il passaggio dalla tradizionale agiografia, caratterizzata da intenti edificanti, alla prospettiva storica, che intende ricostruire, sulla scorta di documenti criticamente vagliati, la vita della santa” e la storia della congregazione nei secoli. E le novità concernono soprattutto tre aspetti.

Il primo riguarda l’attenzione che è stata data a orientamenti spirituali e a forme di impegno che possono presentare parziali somiglianze col messaggio di Angela Merici: alcuni contributi illustrano e approfondiscono il fenomeno dei “beghinaggi”, delle “mulieres religiosae” che, a partire dal secolo XII, e poi molto più nel successivo, in particolare nel Nord dell’Europa (Paesi Bassi, Germania, Francia del nord) vollero vivere un radicale impegno cristiano nella preghiera, nella semplicità, nella attiva carità, vivendo del proprio lavoro, senza voti solenni, ma con semplici promesse temporanee, senza rinunciare ai propri beni, ma usandoli con parsimonia e carità. I contributi di Majérus e di De Cant studiano e presentano il fenomeno, peraltro sulle prime poco documentato e coglibile da indizi, dato il carattere non istituzionale e libero di questo impegno laicale, dotato di suggestivo radicalismo e libertà spirituale. Queste donne, come poi faranno le orsoline, potevano anche vivere sole, non in comunità, ma ritrovandosi periodicamente in una chiesa per la preghiera, oppure vivere in alloggi, individuali o comunitari e nella obbedienza a una superiora, costituendo quelle caratteristiche strutture (i beghinaggi) che soprattutto dalla fine del quattrocento e poi nel sei e settecento caratterizzarono le periferie (allora) delle città fiamminghe e tedesche, e sono documenti tanto significativi di vita religiosa e civile (e artistica) da essere oggi tutelati dall’Unesco come patrimoni dell’umanità.

Parallelamente ai beghinaggi è stata affrontata e approfondita la realtà e la spiritualità dei terz’ordini, che a loro volta hanno rappresentato una modalità per una vita di radicale impegno cristiano di laici, sposati e non. La santa di Desenzano ha certo la sua specifica e rilevante originalità, ma in un contesto e in una tradizione che prepara e affianca la proposta della terza via mericiana. La più recente storiografia, di cui il convegno ha dato conto, ha il merito di aver affrontato in modo nuovo le origini (ancora in buona parte da studiare e di non facile documentazione) del fenomeno dei beghinaggi , nonché gli sviluppi successivi e la peculiare spiritualità, mentre per i terz’ordini, e per le figure più rappresentative che ne hanno fatto parte, Luigi Mezzadri in un puntuale saggio segnala una vivace fioritura di sudi recenti.

Un secondo versante delle ricerche, che ha presentato novità di rilievo, riguarda la figura di Angela Merici, l’ambiente religioso e culturale della Brescia del tempo, e soprattutto gli sviluppi della Compagnia a Brescia e nel nord Italia del Cinquecento. Giovanni Spinelli delinea con precisione il quadro competo della dinamica di sviluppo dei monasteri e conventi femminili a Brescia e nella diocesi tra metà del Quattrocento e seconda metà del Cinquecento (quando S. Carlo vi compì la Visita Apostolica nel 1580). Questi in un secolo conobbero un notevole sviluppo, aumentando da sei a quattordici, e ciò non solo per ragioni sociali (le strategie familiari che destinavano al chiostro parecchie figlie e non pochi figli), ma anche e forse più per l’indubbio fascino spirituale che esercitarono non poche figure di donne (le “sante vive”) allora presenti: a Brescia Laura Mignani, a Orzinuovi e poi a Mantova Stefana Quinzani e Osanna Andreasi, per non dire di analoghi casi a Milano (Veronica da Binasco e Paola Antonia Negri), tutte esercitanti una direzione e una maternità spirituale su personalità e ceti dirigenti. Ad esse si aggiungevano numerose altre figure (che la Brescia Beata di Bernardino Faino illustra) così da correggere in modo sostanziale lo stereotipo di un generale rilassamento che avrebbe caratterizzato i monasteri femminili in età pretridentina.

Brescia poi era, negli anni della vita di Angela Merici, un vivace centro di cultura umanistica, con la particolarità di uno stretto rapporto tra scuole e attività editoriale (vivacissima in cttà). L’intervento di Andrea Comboni, che ha condotto scavi documentari nuovi e illuminato autori e testi prima rimasti in ombra, segnala componimenti poetici in volgare, di argomento religioso, in stampe bresciane del primo Cinquecento, segnala opere ascetiche ( Antonio Meli, Libro de vita contemplativa, 1527), la traduzione in volgare dell’erasmiano Enchiridion (1531).

L’evangelismo è presente e vivo a Brescia, come pure la possibilità di leggere le scritture tradotte in volgare, prima che, colla diffusione delle eresie, si diffondesse nella Chiesa una certa diffidenza verso tale possibilità. Giuseppe Scimè mostra con grande chiarezza e puntualissima attenta lettura il “carattere di biblicità” degli scritti di Angela Merici. La Bibbia vi è presente non solo nelle citazioni esplicite, ma anche e soprattutto nelle allusioni trasparenti e continue ad essa. Il linguaggio di Angela appare di fatto impregnato di parole, espressioni, immagini e categorie di origine biblica. Poiché su questo argomento i contributi fino ad ora pubblicati sono veramente pochi e parziali, la relazione di Scimè costituisce un contributo rilevante e nuovo: S. Angela non è solo colei che apre una originale e profetica “terza via” alle donne cristiane e al laicato, ma è anche una testimonianza del fatto che nella cattolicità pretridentina c’erano laici, e per giunta donne, che avevano una intensa familiarità con la Bibbia.

Il fenomeno non era tuttavia generalizzato, né dilagò: la vita religiosa femminile dopo Trento, oggetto di un intervento puntuale e contestualizzante di Bolis, mostra anche talune rigidità o pochezze, che fanno ancora più apprezzare la proposta meridiana, così libera, così fondata sulla “novità di vita” aperta allo Spirito, coll’illuminazione del quale ascoltare la Parola.

Importanti novità vengono poi dai contributi che illustrano la storia delle orsoline nell’Italia del nord del Cinquecento, e in particolare dalle relazioni di Gianpietro Belotti e di Claudia Di Filippo.

Gianpietro Belotti da tempo conduce lunghe, attente ricerche documentarie, in archivi bresciani e di altre città, e a lui si devono importanti acquisizioni, ottenute con la lunga pazienza di chi setaccia archivi notarili ( e non solo). L’autore corregge in modo sostanziale l’opinione diffusa secondo cui dopo la morte di Angela Merici la Compagnia di S. Orsola dovette subire interventi della autorità ecclesiastica che ne modificarono gli orientamenti originari vanificandoli, chiudendo le orsoline in monastero. Egli propone “una nuova lettura di uno dei periodi più difficili e controversi della storia della Compagnia, quello che va dalla morte della fondatrice (1540) alla approvazione della Regola riformata da S. Carlo Borromeo (1581)”. Belotti è ben consapevole delle critiche di parte della società civile e del clero di Brescia alla Compagnia, delle pressioni che venivano fatte perché le Orsoline si orientassero verso la clausura o verso il matrimonio. Egli però, con documentazione nuova non prima conosciuta, mostra come nella Compagnia si sia acceso sì un dibattito vivace, tra chi riteneva opportuno cedere alle pressioni di una parte importante della società e della Chiesa bresciana, e chi invece voleva conservare l’iniziale spontaneità, ma anche come non si sia giunti ad alcuna irrimediabile scissione e i due gruppi, pur separati, siano formalmente rimasti nella stessa Compagnia. La libertà di vivere come Angela aveva proposto, nelle proprie case e lavorando, non venne mai cancellata e negli anni settanta “fu elaborata una serie di riforme per meglio rispondere ai tempi e alle mutate condizioni della società e della Chiesa, senza per questo rinunciare al peculiare carisma. La visita di San Carlo e la approvazione della Regola nel 1581 giungono dopo “un processo di acquisizione collettiva dell’insegnamento mericiano che determina anche una peculiare socialità orsolina” e sono “una tappa verso la completa legittimazione della terza via mericiana”.

Acquisizioni altrettanto significative vengono dal saggio di Claudia Di Filippo sulla Compagnia di S. Orsola nell’area milanese. L’autrice studia la presenza e lo sviluppo della Compagnia in età moderna nello Stato di Milano, e essenzialmente nell’area del Ducato, del Comasco e nella Valtellina (allora baliaggio dei Grigioni riformati).

L’ambiente milanese aveva conosciuto (nel primo Cinquecento) significative esperienze di donne, laiche, e in alcuni casi vedove, che si consacravano a Dio senza peraltro chiudersi in un chiostro. E’ dunque preparato alla importazione in città della prima regola delle vergini di S. Orsola da parte dello staff borromaico (Niccolò Ormaneto e Alberto Lino), che vide in queste donne, consacrate ma laiche a tutti gli effetti, grandi potenzialità pastorali.

È vero che la prima regola milanese, del 1567, mostra uno spirito diverso da quello di S. Angela, perché “niente mistica, niente spiritualità sponsale, niente “libertà” dello Spirito, niente carisma tutto giocato sui toni della laicità e della femminilità”, ma “occorre riconoscere la novità coraggiosa di una fondazione in sé portatrice di vere novità pastorali”. Le prime orsoline milanesi furono certamente delle consacrate laiche, che vivevano in famiglia e in casa, propria o non, non emettevano voti solenni, osservavano obbedienza e castità, si accontentavano di poco ma senza rinunciare alle proprietà personali. Incardinate nelle parrocchie, riconoscevano una guida comune in un priore del quartiere e in un superiore generale che teneva le fila dalla chiesa di S. Sepolcro.

Così, una “regola privata” (quella di S. Angela) era stata sostituita con una pensata “ad hoc” per incanalare forze che apparivano fruttuose e sperimentarle. L’esperimento durò due anni e diede luogo nel 1569 a una nuova Regola, che faceva esplicito riferimento a S. Angela, ma soprattutto venne stabilito (nel IV Concilio provinciale) l’obbligo di diffondere la Compagnia ovunque e si legò di fatto la Compagnia all’insegnamento del Catechismo, nelle “Schole di Dottrina Christiana” che San Carlo promosse con grande vigore.

Così nella diocesi di Milano, e nella provincia ecclesiastica milanese, le orsoline non vennero rinchiuse nel chiostro; ebbero larghissima (documentata) diffusione queste “vergini in casa”, dedite alla catechesi, alla cura dei malati, ad opere di carità e a una vita esemplare, oltre che al lavoro, con cui si mantenevano. Il fenomeno è documentato per tutta la prima metà del Seicento.

Accanto alle “vergini in casa” si sviluppa però anche una forma di vita orsolina “congregata”: esistevano anche gruppi di orsoline che vivevano insieme (senza avere una regola vera) in abitazioni o in ex monasteri affittati. Nasce dunque anche una convivenza non più solitaria, benché molto libera e laica. L’autrice sviluppa al proposito una acuta analisi delle ragioni per cui le autorità ecclesiastiche guardarono con favore alle orsoline “congregate”, e in questo non fu secondaria la preoccupazione di meglio garantire economicamente le donne che assumevano questo tipo di vita e di servizio. A tutto questo si aggiunge una serie ben documentata di notizie sulla presenza e la attività delle orsoline in una zona “difficile” quale la Valtellina, terra cattolica (della diocesi di Como) ma baliaggio del Cantone Grigioni, riformato.

A Ferrara la Compagnia ebbe un inizio più tardivo (1584), ma uno sviluppo interessante, che Miriam Turrini presenta con efficace problematizzazione. Nei decenni di fine Cinquecento e inizi Seicento le orsoline ferraresi, in conformità alle Regole del 1587, vivevano nel secolo, e tra i loro impegni primeggiava quello dell’insegnamento della dottrina cristiana alle fanciulle. Alla metà del secolo XVII tuttavia comincia ad essere attestata la “convivenza” di alcune orsoline, finchè alla fine del Seicento fu costruito un edificio apposito, dotato di oratorio, per la vita “congregata” delle orsoline ferraresi. Non si trattò di una vera monacazione, perché le orsoline restarono senza obbligo di voti (tranne quello semplice di castità) e senza clausura, ma adottarono un regime di parziale gestione comune dei beni e si dedicarono alla formazione di educande interne, oltre che alla istruzione di fanciulle esterne. Si è avviato un cammino verso la vita claustrale, che si compirà alla metà del Settecento.

L’autrice sviluppa una acuta analisi delle regole del 1587, che avrebbero nello stesso tempo conservato e tradito l’ispirazione mericiana; conservato perché si dava continuità storica all’emergere di un “terzo stato” per le donne, oltre quelli di sposata e di monaca, che Angela aveva costruito su una forma di sponsalità sottratta alle appartenenze umane; tradito perché si identificava nella utilità sociale (insegnare, curare i malati, ecc.) la peculiarità e il valore di questa condizione femminile, rendendola subordinata a logiche di buon governo familiare e cittadino. Con tali Regole si passerebbe da un testo spirituale (quello di Angela) a un regolamento minuto e precettistico, dalla obbedienza allo Spirito a una rete di obbedienze terrene; ci si collocherebbe pertanto nell’orizzonte postridentino dell’iniziativa vescovile. L’esperienza ferrarese tuttavia non va sottovalutata anche perché, come documentano altri contributi, fece scuola per parecchie comunità che in Francia fecero proprie le regole di Ferrara.

Ancora diverso il caso della presenza orsolina a Cremona (studiato da Andrea Foglia per la prima volta, con originale scavo documentario). A Cremona ben quattro fondazioni operano dalla seconda metà del Cinquecento e il vescovo Speciano, nel 1605, fonda una compagnia che si ispira al modello mericiano e riceve dal vescovo stesso regole che dipendono direttamente da quelle di S. Angela, pur con qualche attenzione alle correzioni apportate da Carlo Borromeo.

Il complesso di questi studi su realtà lombarde ( o padane) di età moderna mostra come, certamente, la pressione delle mutate condizioni della Chiesa e della società abbia, in parte almeno, ridotto o ristretto la grande libertà di spirito della regola della fondatrice, il suo “cristianesimo gentile e leggero”, che invitava all’ascolto diretto della voce dello Spirito, dando grande rilievo alla coscienza, esaltava la sponsalità, non si focalizzava sulle opere educative o assistenziali, ma sul “fare vita nova”, nel rispetto della libertà ed esaltando la “discrezione” di Dio. Ma è peraltro vero che molte comunità conservarono la vita in casa, e non congregata, e che anche le “congregate” di solito non avevano voti solenni né clausura, conservavano il lavoro e l’impegno nel “secolo”, e che l’insegnamento e l’assistenza erano o potevano essere visti come estrinsecazione naturale e immediata della carità e della “maternità”. La “terza via” poteva essere considerata sostanzialmente o in buona parte salva.

Un terzo aspetto di novità e di progresso delle nostre conoscenze, che va riconosciuto al Convegno, è il quadro tendenzialmente sistematico della diffusione nell’Europa e nel mondo delle comunità orsoline. La completezza non è raggiunta; non è ancora possibile fare un”Atlante storico” delle comunità orsoline in età moderna e contemporanea, ma le linee di fondo di un tale atlante sono suggestivamente tratteggiate, come pure appare ben delineato il carattere sorprendentemente cangiante e insieme identitario del carisma orsolino. La varietà può apparire sconcertante: dalla vita nelle proprie case e coi propri beni, senza voti, lavorando e servendo il prossimo nei modi più vari, alla clausura, ai voti solenni, all’impegno pressoché univoco nella educazione. La forbice appare molto ampia, ma il riferimento ad Angela accomuna e affratella tutte queste esperienze, e non da oggi. Già nel Settecento, quando la madre Schiantarelli, grande promotrice della causa di beatificazione di Angela Merici e qui oggetto di un bel saggio di Seynaeve, avviò una consultazione di tutte le comunità orsoline di cui conosceva l’esistenza, e che tra di loro manifestavano le molte diversità di cui si è detto, tutte rispondendo mostrarono la saldezza del riferimento e della devozione ad Angela Merici e un forte sentimento identitario che, data la diversità di regole e di vita tra le varie comunità, era non facilmente prevedibile. E del resto, nella realtà contemporanea, è potuto accadere che orsoline claustrali, volendo un più profondamente saldo rapporto con lo spirito di Angela, abbiano scelto una vita non claustrale, dimostrando che è possibile la “osmosi” tra le varie forme di vita che tuttora si danno le orsoline. Questa “svolta” nel vivere la sponsalità, dal monastero al secolo, è studiata da J. Morin nel lavoro sulla orsolina polacca Orsola Ledòkowska).

A don Mario Trebeschi (autore del più notevole studio sulla Compagnia nei secoli XVIII-XIX e XX) si deve un nitido, preciso saggio sulle testimonianze bresciane nel processo ordinario di Brescia del 1758, parallelo a quelli di Verona (1757), Bordeaux (1757) e Roma (1757-59), che consentirono al papa Clemente XIII di riconoscere che a S. Angela era stato attribuito legittimamente un culto pubblico, il che rappresentava la cosiddetta beatificazione equipollente. Il processo bresciano mise in luce atteggiamenti e sensibilità che si ritrovano nelle oltre 2000 lettere che da molte parti d’Europa e del mondo giunsero a madre Schiantarelli e mostrarono la fondamentale “unità” del mondo orsolino, pur così variegato.

Al lavoro di don Mario Trebeschi si può ben affiancare il contributo di don Fusari, che studia l’iconografia di S. Angela e per tale via le caratteristiche spirituali apprezzate e proposte alla venerazione popolare con le immagini, che nelle chiese rendevano familiare la Santa. L’autore ha anche molto indagato la diffusione a Brescia e nel bresciano della devozione e dell’iconografia della Santa, illustrata in particolare nel ciclo di tele della chiesa di S. Orsola a Chiari, ciclo iconografico di particolare significato e bellezza.

La diffusione delle comunità orsoline è stata rapida e grande e ha costituito “quasi una epopea”: in Francia e nei paesi Bassi spagnoli nei secoli XVII e XVIII si fondarono più di 400 focolari di vita orsolina (lo mostra puntualmente il contributo di Seynaeve). Rapida e notevole anche la diffusione nei Paesi di lingua tedesca, nonostante le difficoltà legate alle frequenti guerre, anche coi turchi, nelle regioni di Austria, Boemia, Stiria, Carinzia, e nei territori allora prossimi a confini e teatro di scorrerie e di vere e proprie guerre, di cui ha trattato un puntuale saggio di Kunz.. Grande slancio anche missionario mostrarono le orsoline, specie francesi, ma successivamente anche tedesche, irlandesi e di altri paesi; con Maria dell’Incarnazione le orsoline sbarcano in Canada (Québec) come mostra il saggio di Noel, e da lì si diffondono in America del Nord, intrecciando attività missionarie, di assistenza e di educazione ( al proposito vi è un saggio di M. Cabrini Durkin). Un panorama così ampio, benché ancora lontano dalla completezza, dà il senso vivo della genialità del carisma e del suo largo successo, come forse non è fornito da altri studi, che possono essere più dettagliati su singoli paesi, ma non altrettanto sinottici. Alcune relazioni infine hanno approfondito aspetti del carisma di S. Angela o i suoi sviluppi ieri e oggi, nonché talune “ricadute” pedagogiche. Werr ha studiato le dinamiche di realizzazione integrale dell’uomo innescate dalla spiritualità di S. Angela; J. Morin le particolari vicende dell’orsolina polacca Ledòkowska, che da claustrale pervenne a un recupero della originale proposta meridiana di vita consacrata nel mondo, mentre Will Verhoef ha illustrato la pedagogia delle Orsoline, intervento che non poteva mancare data la grande, significativa attività di insegnamento esplicata da molte case di figlie di S. Angela.

Il Convegno, oltre che una sessione di studio, è stato naturalmente anche una occasione felice e lieta di incontro tra studiosi e religiose di vari paesi, provenienti da esperienze e da contesti molto diversi. L’ambiente in cui si sono tenute le sessioni era denso di suggestioni, poiché si trattava della cripta della chiesa in cui si conserva e si espone alla venerazione il corpo di S. Angela, e nella città e nella diocesi in cui ella operò. Infine, una mostra di documenti e di iconografia mericiana fecero da opportuna e interessante cornice ai lavori.

this work was shared 0 times
 100