Le Stórie de Tóne Barbèl

Le Stórie de Tóne Barbèl

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Anno di Pubblicazione:
Formato: 21x29
Pagine: 144
Confezionatura: filo refe in brossura
ISBN: 978-8896272084
Descrizione: Edizione inedita di racconti dialettali di don Rigosa in occasione del 150° anniversario della nascita del Canossi - Illustrazioni Luigi Salvetti
Genere: Letteratura e Poesia
Casa Editrice: Editrice La Rosa

Estratto Dal Testo:

Mi è caro presentare “Le stórie de Tóne Barbèl” del non dimenticato sacerdote don Piero Rigosa, così ben caratterizzato da mons. Antonio Fappani nel suo “Don Piero” che apre il volume, impreziosito dalle originali illustrazioni di don Luigi Salvetti con grande valentia artistica e curato con intelletto d’amore dal prof. Gianfranco Grasselli.

Hanno una stretta parentela con la sua poesia (anche se il vanaglorioso Carducci sentenziava che “donne e preti non sono poeti”, salvo poi ricredersi nel presentare l’opera poetica dell’amante di turno), il ministero sacerdotale, la quotidianità del vivere, la religiosità.

Queste “Stórie”, apparse sui bollettini parrocchiali di cinquant’anni or sono, raccontano storie d’anime, di luoghi dello spirito, di speranza, di filosofia spicciola. Raccontano sorrisi che soffiano dal cuore, quasi onde di gioia spinte dall’amore. Raccontano vita pura, fuochi di speranza di un’anima circondata da muri di mattoni d’argilla, ma inchiodata dalla purezza e dall’amore. Se lo scopo dell’impegno poetico di don Piero era quello di seminare un germe di speranza nella società del suo tempo che ne aveva tanto bisogno, riproporlo oggi significa che di quella speranza abbiamo ancora bisogno, e di quel sorriso, anche, che è ventata di serenità genuina in tempi ancora (purtroppo!) così calamitosi.

Il volume è stato assemblato senza una logica precisa. Si apre con il didascalico Gioàn dei mòcoi che diventa Gioàn del Signùr e si chiude con En pè nüd con Nando “che ‘l g-à vulìt faga fa ön pó de penitensa a quei du bastarcc”. Nella ottantina di poesie qui raccolte (non è presente tutta la produzione dialettale di don Piero!), possiamo però individuare alcuni filoni che carsicamente riaffiorano in superficie.

La religiosità, in primis. Una religiosità popolare che si esprime in forme diversificate e diffuse, quando è genuina e ha come sorgente la fede e dev’essere, pertanto, apprezzata e favorita. Vengono ricordate le ricorrenze maggiori, soprattutto quelle relative a periodi penitenziali come il venerdì e la quaresima, quando “se pöl miga spusàs” ma “Pansa de fèr nó ‘l saìa cosa i volés dì” e le Rogazioni che servono” [a] faga fà ön pò de penitenza a quei du bastarcc”. Una religiosità che, secondo il detto di Orazio, “castigat ridendo mores”: Marta, nella preghiera litanica per implorare un marito, si rivolge prima a “Santa Rosa, fatemi sposa”, poi a “Sant’Antone miraculùs, fim troà ‘l murùs”, a “San Vit, fimel troà, ma bèl e vistìt”, a “San Modèst, fì prest, fì prest”, ma è costretta a concludere “Omnes Sancti et sanctae Dei, magare ön védov con sés pötei”. E nel dialogo tra Èl bò e l’àsen, la conclusione del bue è perentoria: “Àsen, te ghét risù. Co j-impustùr èl g-à nient de fa gnanca èl Signùr”.

È ritratta in queste pagine una galleria di personaggi che offrono a Don Piero la possibilità di donare al lettore una morale, apparentemente spicciola, ma di grande dignità umana. Vultagabana sembra scritta per i politici di oggi; Pastafrola per i genitori che rinunciano al loro ruolo educativo; Grapù per chi cerca alibi all’impegno cristiano. Molti sono Siòr: Pacific, Miseria, Distrattini, Palanca, Piero Braga, Palancù… tutti hanno in comune la presentazione di un problema, apparentemente personale ma che può essere paradigmatico per troppi, e la sua soluzione, ricavata dalla saggezza di chi si fa maestro di vita, dopo esserlo stato per tanti anni maestro di scuola.

E a questo proposito non si può sottacere il rapporto, pieno di affetto paterno, con quanti gli sono stati alunni. Scrive delle sue alunne: “G-ó idea che le finirà de spusà du Marsiani”, e anche “Disìga mai a öna fomna, terrestre o Marsiana, che l’è bröta, se vulì mörer tranquìi ’ndèl vost lèt”. Un affetto che lo spinge anche al rimprovero serio, quando è necessario: “Porco d’ön àsen, gh’ét èl coragio de fa crepà tò pàder? T’-ói ensegnat issé mé?”. Coltiva con loro un’amicizia pari a quella che riserva ai confratelli nel sacerdozio, colti anche nella quotidianità e nelle loro piccole debolezze umane: I précc a spas, Don Frànguen, Té a mé e mé a tè, Carne de prét, Èl canöcial, I làder de cachi, Le ambrognaghe del prét…

Perché il dialetto? Nei secoli scorsi, chi scriveva in dialetto era una persona colta e appariva come un innovatore, poiché contrapponeva alla lingua ufficiale quella (ben più viva) della parlata popolare, tenendo aperto un varco verso il quotidiano e il popolare, verso le radici materiali e corporee del mondo, verso la realtà e la ferialità. Il teatro e la poesia in dialetto erano la rivalsa di ciò che è vicino, basso, quotidiano, rispetto a ciò che è lontano, sublime, straordinario. In antitesi al tragico della letteratura ufficiale, la produzione dialettale si pose sul versante del burlesco, della parodia, del controcanto, del grottesco, della satira, della caricatura. Essa ha rappresentato quindi “l’altra faccia della luna”[1] Sulla funzione innovativa della letteratura in dialetto ha sempre gravato comunque un’ipoteca comico-realista, che tendeva a sminuirne la portata, anche quando il suo registro prevalente è divenuto lirico ed elegiaco con accenti di partecipazione simpatetica e di grande autenticità.

Chi scrive in dialetto oggi può apparire, di primo acchito, un nostalgico conservatore, poiché la tendenza linguistica va ora verso l’omologazione ad una lingua nazionale o internazionale, e perché i valori che esprime la poesia dialettale appaiono legati al passato, al vecchio modo di vivere e di pensare. Ma, a ben guardare, l’attuale conflitto tra lingua e dialetto non è tanto tra passato e presente, quanto tra identità comunitaria in pericolo e massificazione incombente.

Vivo o morto il dialetto? Lo si direbbe morto per con­sunzione, dal momento che la TV ha preso il posto del focolare e i figli non masticano più il linguaggio dei nonni. Resiste un pesante turpiloquio che sa di caserma, soprattutto negli stadi la domenica, per la più moderna e grande delle psicoterapie di massa, il tifo calcistico.

Il vero dialetto, come l’oro zecchino, si è rifugiato in qualche alta stanza; oramai lo si coglie come un vezzo, sempre più raro e pacato, in bocca all’aristocrazia o nella conversazione di gusto dell’amatore, del pro­fessionista che sia commerciante o artigiano, incline alla recita dei ricordi.

La brescianità è morta ormai da cento anni, sugli spalti del primo Novecento, là dove il vento industriale è spirato in terra nostra con la sua prima forza evolutiva e ha smantellato in città le antiche mura, sollecitato gli scambi non solo tra le valli e la pianura e, nello scenario delle scampagnate, ha mandato il vecchio tram come un personaggio a caricarsi di emozioni.

La brescianità come schiettezza e gagliardia che è, alle origini, un dialetto di umori e quindi di stimolo, ambientato fra la Quaresima e il Carnevale, fra le Ceneri e il giovedì grasso, fra le tonache dei preti e il banchetto sontuoso del signorotto, e dunque fra chiesa e casa (che è tutt’uno con la cucina), e in mezzo alla piazza o in strada, dove si apprendevano le regole di vita, dove nascevano furbizia o disgra­zia, dove si esercitavano dominio e condiscendenza, dove pubblicamente ci si indottrinava a vicenda e perciò si faceva cultura, è davvero tramontata? C’è, resiste, in fondo a ogni bresciano (“vaso di coccio che viaggia tra vasi di ferro”, come direbbe il nostro Manzoni), un angolo nel quale appartarsi a costruire il proprio roccolo, ad animare, con qualche fronda di ricordi, il quadrato dell’ultima «brescianella».

Anche se purtroppo è autunno o inverno, quasi sempre.

Per sempre?

“Il dialetto, scriveva il poeta A. Zanzotto, serve sia a conservare che a conservarmi”.

“Le stórie de Tóne Barbèl” è un libro da leggere, per riscoprire il piacere di fantasticare e di sognare come si sognava una volta, quando eravamo più tranquilli perché rispecchia la vita di una civiltà più umana e cristiana.

Grazie, don Piero, per la bontà che trasuda da ogni racconto e grazie per la tua mitezza e misericordia.

Il Presidente

Mons. Osvaldo Mingotti

 

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