Michele Capra

Michele Capra

Informazioni:

Sottotitolo: Un partigiano intransigente
A cura di:
Anno di Pubblicazione:
Formato: 17x25
Pagine: 100
Confezionatura: filo refe in brossura
ISBN: 978-88-559-0061-4
Descrizione: Le vicende storiche di Michele Capra
Genere: Storia e Biografie
Casa Editrice: Fondazione Civiltà Bresciana
Collana: Cattolici e Società

Estratto Dal Testo:

Nella lotta contro i nazifascisti Michele Capra, ancora giovanissimo, è a fianco di Margheriti e di Lunardi e quando questi da eroi cadono sotto il piombo fascista egli ne raccoglie l’eredità ideale e ne continua la lotta con tenacia e spericolata generosità.

Così vissuta la Resistenza non rappresenta più un’avventura giovanile, ma il primo atto di un lungo processo di liberazione di quelle forze popolari che, prima la società liberale e poi il fascismo, avevano con mezzi legali ed illegali relegato ai margini della lotta politica italiana.

Ecco perché spinto dagli stessi ideali di giustizia e di libertà che ne avevano fatto un “ribelle per amore” Michele Capra dopo il 1945 continua su altre trincee e con altri mezzi l’opera della resistenza: resistenza contro le forze che tentano di impadronirsi del nuovo Stato democratico e di rendere inoperante la Costituzione repubblicana; resistenza nella fabbrica contro ogni restrizione della libertà dei lavoratori e contro tutte le misure paternalistiche che mirano a distruggere la coscienza dell’uomo; resistenza contro lo scetticismo di coloro che, stanchi di lottare, si arrendono oppure rinunciano sfiduciati alla lotta politica e sindacale.

In questa concreta opera di testimonianza, morale prima ancora che politica, Michele Capra sceglie sempre la trincea più avanzata: è Commissario di fabbrica alla OM negli anni duri della repressione sindacale ed è uno dei promotori della lotta senza tregua contro il “premio antisciopero”; per quattro anni (1955-1959) è presidente provinciale delle ACLI dove si fa interprete appassionato dell’ansia sociale e solidaristica del mondo del lavoro; nella DC egli rappresenta la voce più avanzata che, senza mai ricorrere alla demagogia, sa raccogliere le esigenze di rinnovamento provenienti dal mondo del lavoro, dai giovani e dalle forze più vive della cultura cattolica.

Ed in ogni occasione, nella fabbrica come nel partito, nel dibattito culturale come nelle associazioni democratiche, la presenza attiva di Capra ha un senso preciso: dimostrare che la via della democrazia anche se a volte può apparire difficile ed insidiosa rappresenta tuttavia l’unico strumento che possa garantire l’ascesa morale e materiale dei lavoratori ed il progresso reale della società. Quel che conta è mai disarmare e comprendere che la democrazia così come la libertà e la giustizia non sono doni ricevuti una volta per sempre, ma valori che ogni giorno vanno difesi e conquistati perché ogni giorno v’è qualcuno o qualcosa che li minaccia.

Michele Capra è stato un protagonista di quella generazione che si è fatta carico della responsabilità di aiutare i giovani a costruire il futuro.

Lo testimonia Giovanni Landi, entrato a 17 anni nella “scuola allievi” dell’OM ed eletto nella Commissione Interna della grande fabbrica a soli 22 anni. Da allora l’uomo della Resistenza e il giovane operaio hanno condiviso un’infinità di battaglie per il rinnovamento sindacale e politico.

Dobbiamo riconoscere alcune sconfitte – riconosce oggi Giovanni Landi – ma le stesse ferite riportate hanno continuato a sigillare in Capra la passione civile con la passione politica.

L’incontro di Michele Capra con i giovani – come nel caso di Giovanni Landi – si è fondato sui temi della laicità, del dialogo, del confronto e si è trasformato in una continua costruzione di coordinamenti e di reti.

Sul versante sindacale il “Coordinamento FIAT” è stato un capolavoro di relazioni intessute tra operai, impiegati, sindacalisti e delegati di fabbrica. Sul versante politico la “Lega democratica” ha rappresentato l’epilogo di una rete di relazioni tra militanti che hanno saputo alleare le proprie aggregazioni territoriali con le migliori energie scientifiche e culturali del Paese[1]. Incontri, dibattiti, convegni, ma anche notiziari, fogli di collegamento, fino alla costruzione di una rivista di respiro nazionale come “Appunti di cultura e politica”.

Michele Capra – ha affermato l’on. Guido Bodrato ad un convegno del marzo del 1980 in ricordo di Michele – sentiva profondamente la responsabilità di rappresentare in parlamento le esigenze e i problemi del mondo da cui proveniva, quello della fabbrica, degli operai cattolico-democratici bresciani; per questo prima di ogni votazione, di ogni provvedimento di legge, egli si chiedeva quale effetto avrebbe apportato alla vita dei lavoratori. Capra fu tra i democratici cristiani quello che meno di tutti richiamava nei suoi discorsi la matrice ideale, i principi cristiani: non occorreva che lo dicesse perché in ogni momento li praticava. Egli ha incarnato luminosamente l’idea di una militanza politica come servizio ai fratelli, un imperativo etico di cui molti parlano ma che pochi sono disposti a vivere fino in fondo.

Nello stesso convegno Egidio Papetti ha sottolineto che: Michele Capra non conosceva la parola opportunismo. Non abbiamo ricordo di riunioni nelle quali Michele, senza pensare ad alcuna convenienza, non dichiarasse con chiarezza e precisione il suo punto di vista. Discorsi sempre scritti, quindi meditati e preparati, mai pasticciati dall’improvvisazione. Interventi che per la semplicità, la chiarezza, la scorrevolezza dello stile, ci danno la misura esatta dell’uomo.

Nelle elezioni politiche del 1968, vincendo la sua naturale ritrosia e forzando un po’ la sua volontà, accettò la candidatura alla Camera dei deputati.

Riconfermato nelle successive elezioni del 1972, ricordiamo insieme la spontaneità dell’abbandono dell’incarico nel 1976. Raro esempio, il suo, di fedeltà ad un convincimento più volte espresso, vale a dire: la democrazia e gli istituti rappresentativi si rafforzano e si consolidano nella coscienza dei cittadini mediante l’avvicendamento e il rinnovamento degli uomini preposti agli incarichi pubblici.

Il ricordo dell’esperienza parlamentare mi consente di richiamare alcuni tratti inconfondibili della personalità di Michele Capra: l’equilibrio politico che l’ha contraddistinto nella valutazione dei fatti politici e la fermezza con la quale ha difeso convincimenti essenziali, profondi del suo essere cattolico e democratico.

Nel 2012, commemorando la ricorrenza del 25 aprile, Cesare Trebeschi ricorda Michele Capra nella sede emblematica del suo impegno civile, l’OM di Brescia trasformata in IVECO.

Oltre 30 anni fa venni io pure come sindaco, a testimoniare che per le istituzioni bresciane l’OM-IVECO non era, forse ancor oggi non è, presenza occasionale, ha radici lontane, radici che hanno tratto particolare vigore proprio dalle giornate che vogliamo celebrare. Senza retorica, ma non senza commozione: perché consentitemi di far memoria di amici che durante la resistenza hanno lavorato qui, per salvare questo stabilimento e l’occupazione per i loro figli, per voi, per la città.

Nomi ormai ricordati soltanto dai familiari e dagli amici: li recupero dal diario inedito di Michele Capra, lavoratore in OM nei primi anni 40 e dopo la Liberazione fino a quando l’avete mandato in Parlamento. Alla luce del sole, il 29 aprile 1945 in OM si costituisce per la ripresa della fabbrica il Comitato di Liberazione Nazionale Aziendale composto da Gregorio Bombardieri, Arturo Savelli, Giuseppe Frassine per il partito socialista, Carlo Milini, Arnaldo Zanardini, Giulio Vigliani per il partito comunista, Michele Capra, Mario Faini, Umberto Gasparini per la democrazia cristiana, Arnaldo Bignotti, Giuseppe Pellegrini per il partito d’azione, Ugo Fumagalli per il corpo Volontari della Libertà, Giuseppe Belluzzi per il Fronte della Gioventù; nei mesi precedenti il CLNA aveva operato attivamente per i collegamenti con i ribelli di città e delle montagne.

Nella resistenza abbiamo visto la capacità di superare le distinzioni politiche non solo tra lavoratori ma con la Direzione nell’impegno a difendere lo stabilimento contro i tedeschi che prima di perdere avrebbero fatto saltare le fabbriche più importanti.

Ricordiamo che a Brescia, capitale repubblichina, agivano con ferocia diverse polizie: una lapide sulla Loggia ricorda i primi 4 operai massacrati nel novembre ’43; qui le S.S. erano comandate dal tristemente famoso Kappler e dall’aguzzino Steinvender; qui nel gennaio ’44 si celebrò il processo contro Lunardi e Margheriti che avevano organizzato la prima resistenza armata e contro Perlasca e Bettinzoli, organizzatori della Valsabbia; qui nacque “Il ribelle”, il foglio clandestino più diffuso in tutta l’Italia occupata; qui il CLN riuscì a coagulare rappresentanti di tutte le forze politiche; da qui partirono Verginella e Gheda per organizzare la resistenza valtrumplina culminata nella battaglia del Sonclino; da qui Romolo Ragnoli e Lionello Levi Sandri collegarono la resistenza camuna, legata alla tragica campagna di Russia che insegnò ai nostri alpini l’assurdità della guerra tedesca; da qui purtroppo partirono i treni della deportazione.

Il CLN provinciale ed anche quello aziendale nasceva con Partiti e movimenti oggi immersi nella polvere della storia, sommersi dal fango o comunque superati, ma con uomini che hanno pagato di persona, portando la città, il Paese a crescere proprio grazie al loro impegno e alla franca dialettica delle opinioni: possiamo, infatti, dobbiamo combattere anche aspramente idee che ci sembrano sbagliate, ma non possiamo, non dobbiamo, nessuno deve discriminarle.

Michele Capra è stato uno di questi uomini che possiamo descrivere con le sue stesse parole. Sì, perché la fonte principale di questo libro sono i suoi diari. I riscontri dei suoi ricordi possono essere rintracciati negli archivi della CISL, delle ACLI, della Fondazione della Civiltà bresciana o in altri archivi ancora. Ma per questa ricostruzione ci si è avvalsi soprattutto dell’archivio di Casa Capra. Le parti di testo riferibili direttamente a Michele Capra sono riconoscibili dal carattere corsivo.

Attingendo ai diari abbiamo lasciato che parlasse Michele, che per altro disponeva di uno stile di scrittura efficace e di un acuto spirito di osservazione.

Quando descrive, per esempio, il lavoro nella grande fabbrica automatizzata degli anni ’50 fa venire in mente Simone Weil, l’insegnate di filosofia che ha voluto assumere, per amore, la condizione operaia.

La storia dei tempi e del cottimo – scrive Michele Capra – costringe l’operaio a tradurre continuamente il tempo in pezzi lavorati e i pezzi in salario. Tempo e salario si confondono, si fondono continuamente. È una specie di condanna. Siamo di fronte a un fenomeno che spiega, forse meglio di ogni altro, la mentalità dell’operaio della fabbrica. Per l’impiegato è diverso. Il suo lavoro, per quanto in generale non meno monotono di quello dell’operaio, è più staccato. L’impiegato non è mai tentato di tradurre una pratica, una telefonata, una lettera, una discussione (il “tempo” in una parola) in danaro. L’operaio sì, anche se non lo vuole. Nella fabbrica l’attività dell’operaio è misurata a secondi, è sminuzzata fino al parossismo, con movimenti sempre più precisi, uguali, concisi.

Il servizio “tempi e metodi” persegue con ossessione l’efficienza della macchina-uomo attraverso lo smembramento della specializzazione, del lavoro a catena e della ripetizione meccanica dei gesti. è anche il servizio dove, più degli altri, la morale del successo è costantemente presente. L’operazione dell’uomo che deve abbassare la leva del trapano è sottoposta ad un minuzioso esame. Tutti i gesti dell’operaio vengono tradotti in minuti-secondi, in tempo-denaro.

La giornata dell’operaio è denaro, bisogna perciò eliminare i “tempi morti” (gli attimi di sosta tra un’operazione meccanica e l’altra), razionalizzare i movimenti del corpo umano, eliminare i motivi di distrazione della persona, evitare che il suo pensiero possa evadere otre il muro della fabbrica, costringerlo alla simbiosi con la macchina. Bisogna ridurre il gesto dell’operaio al massimo grado di semplicità e di automatismo tale da costringerlo a confondersi con la macchina. Il gesto a sua volta si trasforma in tempo e vi si identifica.

Naturale che l’operaio – sottoposto a questa tortura chapliniana – quando si sente osservato dal tempista rallenti la velocità, perché se la velocità del gesto è sostenuta l’operaio guadagna di più, ma se il tempo gli viene tagliato allora è costretto ad aumentare il ritmo per non perdere il cottimo.

Le ore, le giornate, gli anni del cottimista si dipanano attraverso la delizia gesto-minutosecondo-danaro. I più forti – fisicamente e moralmente – si adattano. Certo è che alcune giornate, specialmente di primavera, l’infermeria e la mutua sono sature di operai che lamentano esaurimenti e nevrosi.

Oggi ci chiediamo dove va il lavoro industriale e quale sia il ruolo del sindacato nella globalizzazione. Nella ricostruzione postbellica Michele Capra ha cercato di capire il cambiamento nel concreto di una situazione, nel confronto con uomini di diversa ispirazione e di diversa sensibilità. Nel laboratorio sindacale dell’OM si sono vissuti momenti decisivi per l’evoluzione del sindacato e della società: il metodo contrattuale, l’unità d’azione, il coordinamento degli stabilimenti FIAT distribuiti in regioni diverse.

Oggi i giovani cercano lavoro e carriera attraverso la fedeltà ad una direzione aziendale, oppure migrando in altre aziende; difficilmente danno forza ad una voce, ad un progetto collettivo.

Dove risiede oggi l’interlocutore dei lavoratori, la controparte contrattuale? Dove si nasconde il motivo ideale dell’unità organica del sindacato? Chi sente l’importanza della democrazia interna al canale di partecipazione specifico dei lavoratori che è il sindacato? Quale partecipazione alla gestione delle imprese? Quale significato può avere oggi l’autonomia del sindacato dal partito politico? E per quale politica economica?

Michele Capra ha dato la sua risposta a queste domande. Con vittorie e sconfitte. La sua originale interpretazione dell’autonomia delle ACLI, per esempio, sarà sconfitta nel congresso del 1959. Capra era convinto della funzione originaria del movimento aclista, quella della formazione e della preparazione dei lavoratori cristiani all’impegno sindacale e politico, ma era altrettanto convinto che, per rendere efficace questo ruolo, le ACLI dovessero impegnarsi direttamente per contribuire a superare le logiche troppo moderate della CISL e della Democrazia Cristiana.

Agli occhi di Michele Capra tali politiche moderate avevano il torto di non essere né equilibrate dal punto di vista della partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica, né esigenti dal punto di vista della giustizia e della libertà che aveva sognato con i suoi compagni nella Resistenza.

La battaglia civile per un progressivo inserimento dei lavoratori e del­le forze popolari nello Stato è stata per lui una lotta senza quartiere, combattuta indifferentemente nell’associazionismo, nel sindacato, nel partito.

L’amore per gli ultimi, i poveri e i semplici è stato il motore delle diverse tappe del suo impegno, fino a quella del Parlamento dove risiede il potere legislativo.

Come ha potuto Michele conciliare amore e potere?

Il filosofo Massimo Cacciari fa un ragionamento che si attaglia perfettamente alla personalità di Michele Capra. La gratuità, la capacità di donare ritirandosi, di lasciar-essere senza nulla esigere, se mai esistono – dice Cacciari – esistono nella donna soltanto. Materno è Francesco, e perciò inseparabile da Chiara. Significato essenziale dell’icona della Madonna con il Bimbo quando questo abbia già il volto del Crocefisso, o addirittura del Deposto. Im-potenza trionfante, destituzione fin dalla fondazione del mondo di ogni logica e linguaggio del potere.

La giornalista chiede al filosofo: Hai definito materno l’amore di Francesco. Si può provare quell’amore per il mondo? Ricordi Hannah Arendt, il suo Amor mundi? è amore del mondo la politica?

Più che di amor mundi parlerei – conclude Cacciari – di riflessione sulla vita. Certo, immanente alla vita stessa è la passione politica, passione che intendo alla Spinoza come una passione calda, appunto vitale. Non libìdo di potere sull’altro, volontà di trionfo, ma comune interesse a prendere parte l’un l’altro alla medesima povertà. Non dimenticare che è dal grembo di Penìa, di sorella povertà, che nasce Amore.

Queste sono le radici etiche di Michele Capra, un uomo senz’ombra, a volte disancorato, che si confessa con il suo diario per trovare la forza di superare le ricorrenti crisi nella realizzazione del suo progetto ideale.

Quando nel 1976 rinuncia a ripresentarsi in parlamento, scrive agli amici una lettera che si conclude con una annotazione personale: Vi posso dire che dai due fatti più importan­ti della mia vita (la Resistenza e le lotte politiche e sindacali) io ne sono uscito più uomo e più libero. So che se qualcosa si deve chie­dere alla vita non si può chiederlo in nessuna delle situazioni pre­fabbricate, ma nella tensione ideale, nella rettitudine della vita, nell’intransigenza morale, nella solidarietà coi compagni di lavoro e di lotta politica, nonché nel rifiutare i compromessi sui princìpi anche a costo di trovarci sempre dalla parte di chi perde.

Portatore di una coscienza ben formata, era convinto che la responsabilità dei valori in cui si crede non può che passare attraverso la mediazione politica dei laici. L’intransigenza morale, in democrazia, si incontra con il problema delle alleanze e della collaborazione dei cattolici con i portatori di altre culture politiche: Non si tratta di dire “lavoriamo insieme ma lasciamo da parte le idee”, che è in fondo un modo per lasciare in piedi lo steccato, per disprezzare le idee o mortificarle in funzione delle “cose” da fare. Niente pragmatismo delle cose, ma collaborazione sul piano delle idee. Il che non signifi­ca disseppellire le vecchie polemiche dell’integralismo, sul materia­lismo, sul clericalismo, ecc., ma affrontare i problemi che queste espressioni indicano con l’intelligenza delle nuove scienze umane e sociali.

Lo sforzo dei cattolici deve essere volto ad acquistare la consape­volezza della storicità di ogni costruzione ideologica, senza con ciò pregiudicare l’essenziale. La loro disponibilità intellettuale non de­ve nascere dalla stanchezza dei valori culturali sinora portati avanti, ma dalla certezza di possedere, nella Parola di Carità, la misura es­senziale di giudizio.

Michele Capra, partigiano intransigente, è stato un uomo del confronto e del dialogo.

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