Stampatori, Librai ed Editori a Brescia nel Settecento

Stampatori, Librai ed Editori a Brescia nel Settecento

Informazioni:

Autore:
Anno di Pubblicazione:
Formato: 21x29,8
Pagine: 216
Confezionatura: filo refe in brossura
ISBN: 978-88-559-0035-5
Descrizione: Studio storico sulla storia della stampa e dell'editoria a Brescia nell'Ottocento
Genere: Storia e Biografie
Casa Editrice: Fondazione Civiltà Bresciana

Estratto Dal Testo:

Durante il secolo dei Lumi Brescia divenne uno dei crocevia culturali d’Europa: ne sono testimonianze, da un lato, la persistente presenza, all’interno delle gazzette erudite e letterarie italiane, francesi e tedesche, di recensioni o anche di semplici segnalazioni, dei frutti dell’intensa attività editoriale cittadina; dall’altro la fitta rete di relazioni, personali ed epistolari, intessuta da numerosi esponenti delle scienze e delle lettere bresciane con la Res publica literatorum che si era andata costituendo nei paesi d’Oltralpe prima ancora che da noi. Qualche dato può aiutare a contestualizzare il fenomeno: sulle pagine del Giornale de’ letterati d’Italia, della Raccolta Calogerana, del Jounal de sçavans o degli Acta Lipsiensia, è assai agevole rintracciare, in particolare per il periodo compreso tra gli anni Venti e la metà del Settecento, una significativa presenza “bresciana” di autori ed editori; questa presenza è dominata dal cardinale Angelo Maria Querini, vescovo di Brescia dal 1727 al 1755, divenuto rapidamente una sorta di nume tutelare nell’ambito dell’erudizione e della cultura cittadine. A Querini si deve la fondazione della Biblioteca civica, da lui voluta con un’esplicita vocazione pubblica ed in risposta all’esigenza, tipicamente illuministica, della condivisione del sapere enciclopedico, attraverso il favorire l’accesso agli strumenti precipui del sapere stesso, cioè i libri. L’appartenenza del Cardinale a prestigiose accademie internazionali, unitamente ad una attenta ed indefessa politica degli acquisti, alimentava un flusso continuo di libri verso Brescia: non solo opere della tradizione culturale della classicità greco-latina e del pensiero medievale, ma anche e soprattutto le novità editoriali, gli autori di grido, i più recenti testimoni di dibattiti che, nella prima metà del secolo, si andavano accendendo ed esaurendo senza soluzione di continuità.

Nel corso del Settecento Brescia è una città caratterizzata, fra l’altro, da una forte disponibilità di libri, sia a circolazione pubblica che privata. La Biblioteca Queriniana rappresenta solo un lato di questo aspetto; in realtà, accanto alla libreria del vescovo, si erano costituite altre importanti raccolte private o semi-pubbliche: basti pensare a quelle di Gianmaria Mazzuchelli, di Giovanni Ludovico Luchi o di Paolo e Giulio Antonio Gagliardi. I libri viaggiavano sotto forma di dono o scambio fra eruditi, prima ancora che di acquisto vero e proprio: grazie ai nomi citati (ma ai quali si possono aggiungere anche quelli di Casto Innocente Ansaldi, Gian Andrea Astezati, Gian Vincenzo Averoldi, Agostino Randini e molti altri) si attua, anche per molti anni oltre la metà del secolo, un importante Kulturtransfer con i soggetti che propugnano, all’interno di importanti contesti culturali europei, la riforma della metodologia della ricerca storica, nuove correnti di pensiero, un modo diverso di concepire la cultura e l’istruzione, una politica più coerente nell’amministrazione degli Stati, una nuova definizione dei rapporti tra Stato e Chiesa. Brescia, dunque, accende i suoi Lumi attraverso la cultura e la circolazione libraria. Attraverso i rapporti epistolari – in primis quelli di Querini, Mazzuchelli e Paolo Gagliardi – arrivarono a Brescia, oltre alla corrispondenza epistolare, anche le opere di Voltaire, Montesquieu, Muratori, Giannone e molti altri; contemporaneamente giunsero a Parigi, Berlino, Vienna, Varsavia, le lettere e le opere di autori bresciani. Con i libri circolavano anche i nomi degli autori e stampatori locali, ed i volumi prodotti nella nostra città andavano ad arricchire le raccolte di istituzioni bibliotecarie più o meno importanti fra quelle pubbliche, principesche o private che il panorama europeo poteva fornire.

Se si escludono le opere di Querini (capace da solo, di mettere insieme un catalogo di oltre quattrocento lemmi, tra opere maggiori e minori, buona parte delle quali riconducibili all’editore e stampatore prediletto, Gian Maria Rizzardi) e stando alla frequenza di citazioni, all’interno delle corrispondenze epistolari o delle gazzette letterarie, i vertici, non solo scientifici ma anche tipografici della ricca e variegata produzione editoriale bresciana, sono rappresentati da poche opere ma dotate di elevato peso specifico culturale. Da segnalare innanzitutto il volume con l’edizione, curata da Paolo Gagliardi, dei Veterum Brixiae episcoporum opuscola, stampata da Gian Maria Rizzardi nel 1738; il sontuoso volume in folio venne dedicato al card. Querini, che si fece carico delle spese di stampa. Degne di nota anche le Memorie istorico-critiche intorno all’antico stato de’ Cenomani, di Antonio Sambuca, stampate nel 1750 sempre dal Rizzardi. Ma sono soprattutto i volumi de Gli scrittori d’Italia di Giammaria Mazzuchelli a dare alla tipografia bresciana una grande notorietà, ben al di fuori dei confini locali. Opera di vasto respiro, ambiziosa e complessa, contenente le biografie degli autori italiani in ordine alfabetico, rimase incompiuta dopo la morte dell’autore; tra il 1753 e il 1756 uscirono i primi sei volumi, comprendenti la lettera A e parte della B. Lo stampatore Gianbattista Bossini si era assunto sia l’onere della stampa che quello della vendita dei volumi sui mercati delle principali città europee: la tiratura, davvero significativa per l’epoca, era di settecentocinquanta esemplari.

Leggendo in filigrana il repertorio di Giuseppe Nova, che ora si pubblica, ed incrociando i dati con quelli che si rilevano nei cataloghi di grandi e storiche biblioteche di conservazione, è possibile seguire il rapido processo di trasformazione dell’attività editoriale bresciana rispetto alla produzione seicentesca, che si presenta ugualmente ricca ma di difficile sintesi. Emergono dei dati significativi. In primo luogo l’attività editoriale bresciana non sembra conoscere momenti di stagnazione o, peggio, di crisi. Tutt’altro: il mercato librario del XVIII secolo, rispecchiato anche dalla proliferazione di editori e tipografi in città e provincia, sembra essere florido, ed in ciò perpetuando una situazione tecnico-commerciale che si è mantenuta salda dall’epoca dell’introduzione dell’arte della stampa a Brescia e sostenuta da una legislazione e da una politica commerciale favorevoli da parte della Serenissima Repubblica di Venezia. Il Seicento, secolo “sudicio e sfarzoso” (le parole sono di Alessandro Manzoni) aveva rappresentato, per la tipografia bresciana, almeno fino alla devastante peste del 1630, un momento di straordinario sviluppo, tecnico e produttivo.

Un altro dato, forse meno evidente del primo, richiede uno sguardo più attento all’aspetto qualitativo, più che quantitativo, della produzione editoriale. I primi decenni del Settecento sono caratterizzati, a Brescia come altrove, da spinte verso il rinnovamento degli studi storici, attuato attraverso una maggiore attenzione alle testimonianze archeologiche e documentarie: sono gli anni della ripresa o della rifondazione di discipline quali la filologia e l’archivistica, in un contesto culturale dei padri Maurini francesi da un lato (un nome su tutti: Bernard de Montfaucon) e di Lodovico Antonio Muratori dall’altro. Sia la proposta maurina che quella muratoriana trovano a Brescia un terreno fecondo e voci autorevoli, competenti e appassionate, che contribuirono grandemente a sprovincializzare la cultura cittadina e a favorire il passaggio dalla storia “narrata”, di stampo barocco e seicentesco, alla storia ricostruita attraverso i documenti d’archivio.

Anche le arti figurative trassero beneficio da questa rivoluzione: nell’ambito della tipografia fu sempre più massiccio il ricorso ad abili disegnatori ed incisori i quali, grazie anche al miglioramento tecnico nella fabbricazione delle matrici e nella successiva stampa, produssero incisioni che, oltre a gratificare ancora oggi il nostro gusto estetico, possono ancora essere utilizzate con profitto per scopi di ricerca. Non è un caso che le riproduzioni di bassorilievi, monete e manufatti antichi in genere, spesso disegnate dal vero e nate per essere impiegate a corredo di testi scientifici, ebbero in moltissimi casi una sorta di vita autonoma ed una circolazione al di fuori dei volumi stessi per cui erano state prodotte.

I luoghi della cultura cittadina erano anche i luoghi nei quali nascevano le opere, destinate a concretizzarsi in volumi una volta affidate alle officine Rizzardi, Bossini, Pasini, Vescovi e molti altri. I luoghi deputati alla cultura erano quelli strettamente legati alla dimensione sociale, cioè accademie, teatri e circoli eruditi ed intellettuali, dal momento che Brescia era priva – e ne rimarrà a lungo – di quell’altro centro di produzione libraria che è, per antonomasia, una Università. Le accademie bresciane influivano sulla produzione editoriale cittadina soprattutto nell’ambito delle scienze sperimentali e delle applicazioni pratiche delle scoperte compiute in agricoltura, idraulica, ottica, astronomia e matematica: l’attività, non di rado frenetica come è il caso dell’Accademia di Agricoltura, comportò una costante alimentazione del filone editoriale degli atti accademici, che raggiunse un livello tale da non essere facilmente sintetizzabile.

E’ un secolo “difficile”, il Settecento editoriale e tipografico. Prova ne è il fatto che manca una storia organica dell’arte e della produzione tipografica di quel periodo; proliferano, invece, le storie delle biblioteche (quasi tutte le grandi biblioteche storiche d’Italia nascono nel corso del XVIII secolo per iniziativa mecenatesca di sovrani, prelati, nobili) oppure gli annali particolari di singoli editori. E’ anche il secolo in cui proliferano i falsi tipografici, cioè anno di stampa, nome dell’editore o luogo fittizi: sono evidenti le ragioni connesse con l’aggiramento della censura, ma non va dimenticato – e ciò fa risaltare ancora di più il lavoro di Giuseppe Nova, che prontamente li rileva – che esistevano anche “falsi a fin di bene”, stampati in casa e destinati ad una fruizione intima e privatissima, cioè avulsi dall’illegalità e realizzati per soddisfare le brame di un collezionismo compulsivo.

E’ il caso, ad esempio, del nobile Faustino Avogadro, bulimico raccoglitore di libri e che, quando non poteva mettere le mani su di una edizione antica, la faceva riprodurre tale e quale l’originale in una stamperia costituita ad hoc nella sua casa.

A Giuseppe Nova il merito di avere, con questo repertorio (anche se è riduttivo chiamarlo semplicemente repertorio, mentre più adatto sarebbe il concetto di dizionario bio-bibliografico) tracciato un percorso di ricerca foriero di innumerevoli approfondimenti, dedicati, ad esempio, a singoli editori, ad opere, o a periodi circoscritti, delineando nel contempo uno scenario culturale ricco di stimoli e di influenze. E’, per tornare al punto da cui eravamo partiti, lo scenario della Brescia dei Lumi, uno dei momenti più “alti” della cultura della nostra città.

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